Un anno nella storia, un anno nella vita della città. Roma 1975, città, volti e storie
nell’anno giubilare è la mostra promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma, per
ricostruire alcune pagine di storia e di memoria urbana di quell’anno.
Una mappa fatta di immagini ed oggetti, che trasmette idee, costumi, tradizioni,
mestieri, sentimenti e aspetti di una città attraversata da tensioni ed epocali
cambiamenti. Le fotografie esposte sono un reportage inedito del fotoreporter romano
Fabio De Angelis. Gli oggetti una selezione della cultura materiale dell’epoca, che
vuole proporre al visitatore una sorta di archeologia della nostra memoria più
prossima.
La mostra si snoda in cinque percorsi tematici: Il Giubileo del Rinnovamento e della
Riconciliazione, Roma e Romani spariti, Bambini romani, Movimenti politici e culture
giovanili, Abitare i monumenti.
Attraversandola, con l’ausilio dell’App Roma 1975 e dei supporti multimediali, ci
auguriamo che il visitatore possa trovare, o ritrovare, ricordi, impressioni, sensazioni
e valori di quell’anno e quel decennio straordinari.
Roma 1975 è nata in modo quasi fortuito quando, nella primavera del 2024, il fotografo
Fabio De Angelis raggiunge il Drugstore Museum con un pacco di provini fotografici: in
tutto 95 rullini, per oltre tremila scatti che vuole donare al Museo.
Come ci racconta lo stesso De Angelis, il reportage è il frutto di una passeggiata:
"Avevo la possibilità di fotografare tutto quello che attirava la mia attenzione. Per
quattro mesi, dall’apertura della Porta Santa, evento che avevo documentato, ero
libero di fotografare qualunque cosa mi sembrasse rilevante. Per un fotoreporter non
può esserci fortuna più grande. Mi resi conto in quei mesi di quanto Roma fosse
bellissima, in tutto, nella sua quotidianità, che chi ci vive quasi non vede più e
invece la città, è meravigliosa, qualcosa di unico con un patrimonio
irripetibile."
Il reportage, rimasto inedito per mezzo secolo, è dedicato all’Anno Santo del 1975 e
mostra i luoghi e le cerimonie giubilari, ma anche bambini che giocano in strada,
manifestazioni di protesta, monumenti usati come panchine e liberi da ogni cancellata,
botteghe di artigiani, venditori di gelati e porchetta, osterie, capelloni e Roma.
Infinita, immensa, eterna.
Dopo la mostra, il fondo sarà depositato presso il Gabinetto Fotografico Nazionale, per
essere a disposizione di tutti.
IL GIUBILEO DEL RINNOVAMENTO E DELLA RICONCILIAZIONE
Dopo aver pregato e pensato, noi abbiamo deliberato di celebrare nel prossimo 1975
l’Anno Santo, così Paolo VI annuncia nell’udienza generale del 9 maggio 1973 l’indizione del
Giubileo. Riconciliazione e Rinnovamento sono al centro del suo messaggio apostolico:
"Ci siamo domandati se una simile tradizione meriti d’essere mantenuta nel tempo
nostro, tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile
religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dall’altro, dal
disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali
d’altri secoli; e ci siamo subito convinti che la celebrazione dell’Anno Santo, non
solo può innestarsi nella coerente linea spirituale del Concilio stesso, ma può
benissimo corrispondere e contribuire altresì allo sforzo indefesso e amoroso che la
Chiesa rivolge ai bisogni morali della nostra età e all’interpretazione delle sue
profonde aspirazioni. È il processo di autorinascita, semplice come un atto di lucida
e coraggiosa coscienza, e complesso come un lungo tirocinio pedagogico riformatore. E
noi pensiamo di non errare scoprendo nell’uomo d’oggi una profonda insoddisfazione,
una sazietà unita ad un’insufficienza, una infelicità esasperata dalle false ricette
di felicità dalle quali è intossicato, uno stupore di non saper godere dei mille
godimenti che la civiltà gli offre in abbondanza."
Questa l’idea generale del prossimo Anno Santo, polarizzata anche in un’altra idea
centrale particolare e rivolta alla pratica: sulla riconciliazione. Abbiamo innanzi
tutto bisogno di ristabilire rapporti autentici, vitali e felici con Dio, d’essere
riconciliati, nell’umiltà e nell’amore, con Lui, affinché da questa prima,
costituzionale armonia tutto il mondo della nostra esperienza esprima una esigenza ed
acquisti una virtù di riconciliazione, nella carità e nella giustizia con gli uomini, ai
quali subito riconosciamo il titolo innovatore di fratelli.
Il Giubileo del 1975 è l’Anno Santo che segue il Concilio Vaticano II voluto da Papa
Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI: il Concilio che aveva rivoluzionato la Chiesa e
tutto il mondo cattolico.
I valori del Rinnovamento e della Riconciliazione sono al centro del nuovo Anno Santo e
riflettono la necessità di dare impulso e piena attuazione al messaggio conciliare. Nel
pensiero di Paolo VI questi temi rafforzano le aspirazioni alla libertà, alla giustizia,
all’unità e alla pace, in un periodo fortemente caratterizzato da divisioni e da guerre
fratricide. Il rinnovamento inteso come rinascita, che adegua l’uomo ai tempi e alla
società capitalista. La riconciliazione che, in un decennio di fortissima conflittualità
politica e sociale, la Chiesa propone per rispondere alle ansie e all’urgenza di
risposte per le tante sollecitazioni della vita contemporanea. Sono gli anni delle
divisive battaglie per il diritto al divorzio e all’aborto, della politicizzazione del
laicato ecclesiastico, della necessità di comprendere e accogliere le tante istanze di
giustizia e verità sociale provenienti dal mondo giovanile e dai poveri.
La Riconciliazione passa anche dal dialogo con tutte le confessioni cristiane e le altre
religioni monoteiste. Paolo VI, durante la messa conclusiva dell'Anno Giubilare, bacia i
piedi, in segno di umiltà, al metropolita ortodosso Melitone del Patriarcato di
Costantinopoli: uno dei segni più potenti di questo Giubileo.
Il Giubileo del 1975 è stato il venticinquesimo della storia della Chiesa cattolica e
per l’occasione è stata allestita una mostra documentaria sui Giubilei dalle origini
fino a quello del 1975.
La Porta Santa nella Basilica di San Pietro è stata aperta nella notte della Vigilia di
Natale del 1974.
L’evento è stato seguito per la prima volta in mondovisione attraverso le riprese
televisive con la regia di Franco Zeffirelli.
Il fuori programma che cambierà nei successivi Giubilei il rituale dell’apertura della
Porta Santa: ai colpi del martello la porta si è aperta, lasciando cadere alcuni pezzi
di calcinaccio sulla veste del Papa. Nello spirito ecumenico che ha contraddistinto
l’Anno Santo, nel corso di questa cerimonia il Papa ha ricevuto un gruppo di buddisti
giapponesi invitati dal Segretariato per i non cristiani.
Il 1° gennaio 1975, Paolo VI, ha indetto l’VIII giornata mondiale della pace.
Durante l’Anno Santo è stato celebrato per la prima volta il grande Giubileo africano.
Tra gli eventi particolarmente significativi, il 28 agosto 1975, a Castel Gandolfo, sono
stati ricevuti in udienza duemila nomadi europei e il 16 ottobre duecento sacerdoti ex
prigionieri del lager nazista di Dachau.
Nel Natale del 1975 il rito di chiusura della Porta Santa è stato modificato; infatti,
il papa ha semplicemente «chiuso la porta» di bronzo del 1950 e successivamente è stato
innalzato un muro all’interno della stessa.
Al Giubileo del 1975 sono stati presenti oltre dieci milioni di pellegrini e l’evento di
chiusura è stato seguito da un pubblico di 350 milioni di spettatori e radioascoltatori
di tutti i continenti grazie ai collegamenti televisivi e radiofonici.
Giovanni Battista Montini nacque a Concesio, un piccolo paese del Bresciano, il 26
settembre 1897, da una famiglia cattolica molto impegnata sul piano politico e sociale.
A maggio del 1920 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Nel 1937 diventò sostituto della
Segreteria di Stato Vaticana. Il 1° novembre 1954 fu nominato arcivescovo di Milano.
Nominato cardinale da Giovanni XXIII nel 1958, partecipò al concilio Vaticano II, dove
sostenne apertamente la linea riformatrice. Il 21 giugno 1963 fu eletto Papa e scelse il
nome di Paolo, con un chiaro riferimento all’apostolo evangelizzatore. Nei primi atti
del pontificato volle sottolineare in ogni modo la continuità con il predecessore, in
particolare con la decisione di riprendere il Concilio Vaticano II. Al periodo del
Concilio risalgono anche i primi tre dei nove viaggi che nel corso del pontificato lo
portarono a toccare i cinque continenti: nel 1964 si recò in Terra santa e poi in India,
e nel 1965 a New York, dove pronunciò uno storico discorso sulla pace davanti
all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La sua volontà di dialogo all’interno della
Chiesa, con le diverse confessioni e religioni e con il mondo fu al centro della prima
enciclica Ecclesiam suam del 1964, seguita da altre sei tra cui la
Populorum progressio e la Humanae vitae.
Nel 1968 istituì la giornata mondiale per la pace e nel 1975 indisse e celebrò un Anno
santo.
La fase conclusiva del pontificato fu segnata drammaticamente dalla vicenda del
sequestro e dell’uccisione del suo amico Aldo Moro, per il quale nell’aprile 1978
indirizzò un appello agli «uomini delle Brigate Rosse» chiedendone invano la
liberazione. Morì la sera del 6 agosto, nella residenza di Castel Gandolfo, quasi
improvvisamente. Dopo il funerale celebrato il 12 in piazza San Pietro, fu sepolto nella
basilica vaticana.
Paolo VI è stato dichiarato beato il 19 ottobre 2014 da Papa Francesco.
È stato canonizzato da Papa Francesco in Piazza San Pietro il 14 ottobre 2018.
ROMA E ROMANI SPARITI
Che t'hanno fatto?
Dimme chi è stato
A fatte spari' dar giorno alla notte!
[...]
T'ho vista 'n testi e firm neorealisti
Semplice e chiara, come la gente
T'ho vista raccolta 'ntorno ad artisti
E ar popolo tuo, felice co' niente...
Poi t'ho cercato in tanti racconti
De chi t'ha vissuto in tempi passati
De chi conosceva bene quei ponti
Prima che fossero poi illuminati
[...]
Dimme 'na cosa, Roma mia bella
Quanto te manca er tempo che fu?
[...]
Mo te riscopro in foto sbiadite
Scorci e ricordi tornano in vita
Nella memoria strade infinite...
Sento che 'n fondo 'n sei mai sparita!
I versi di Inumi Laconico dei Poeti der Trullo del 2012 ci accompagnano in questo
viaggio per immagini tra scorci e ricordi. Una Roma disseminata di osterie e di
botteghe, intessuta di strade e piazze vissute come estensioni delle proprie case. Una
Roma abitata da volti e voci, animata da richiami sonori, battute salaci e canzoni
malinconiche, una Roma punteggiata di mercati, di venditori ambulanti, di mestieri
perduti. Una Roma sparita, divorata dal turismo di massa e dalla gentrificazione, che
riemerge dalla memoria.
Perché ‘n fondo ‘n sei mai sparita!
La lingua di Roma, il romanesco, è l’anima della città e l’espressione più autentica e
corale del suo popolo. Essenziale e diretto, musicale e sfrontato, il romanesco
interpreta il mondo con l’indolenza e la saggezza popolare di chi è abituato
all’eternità, e non teme la fretta, il potere, l’ansia da prestazione… ma anche il
romanesco, come la città, negli anni Settanta, piano piano, si tramuta in romanaccio e
borgataro. Restano però come dei fossili i detti e le espressioni proverbiali,
distillati di sapere popolare che ancora accompagnano il parlato quotidiano dei
romani.
Che stai a Cerca’ Maria pe’ Roma? Si dice di chi cerca qualcuno o
qualcosa che è chimera cercare…
Guarda che nun c'è trippa pe gatti, a chi chiede qualcosa di impossibile da ottenere: allude all’uso del Comune di Roma
di nutrire a spese pubbliche i gatti per cacciare i topi
T’hanno beccato cor sorcio ‘n bocca, per chi viene colto in flagrante a fare qualcosa di sconveniente o di illegale
A chi tocca nun se ‘ngrugna, a chi si lamenta troppo o sempre.
Troppi galli a cantà, nun se fa mai giorno, nei casi in cui si parla in troppi, senza decidere mai nulla
Quanno te dice male mozzicheno pure ‘e pecore, come a dire: piove sul bagnato…
Li peccati de mastro Paolo li piagne mastro Pietro, quando le colpe di qualcuno le sconta qualcun altro: e qui Pietro e Paolo sono i nomi
dei santi patroni della Città Eterna
A sapé fa’ la scena, quarcosa se ruspa, si dice a chi con le chiacchiere e la pantomima riesce sempre a ottenere qualcosa.
Mejo faccia tosta, che panza moscia, per esortare chi, nel bisogno, ha remore a chiedere qualcosa a qualcuno.
Panza piena, nun pensa a panza vota, per chi, nel suo benessere, ignora egoisticamente i problemi degli altri
Sparagna, sparagna, arriva er gatto e se lo magna, a canzonare i tirchi di ogni ceto e di ogni età
Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate, a ricordare come a Roma i religiosi fossero da sempre dei privilegiati
Fra Modesto non fu mai Priore, si dice a chi per troppa modestia e umiltà non si promuove e lotta per la carriera
Te lo dico papale papale, come a dire: dritto dritto al punto, senza alcuna possibilità di dubbi
Li parenti der Papa, deventeno presto cardinali, una costatazione sul nepotismo come carattere tipico degli italiani
A ogni morte de papa, per cose che avvengono così raramente da essere quasi ritenute impossibili
Morto ‘n papa se ne fa ‘n antro, a rimarcare con filosofia come tutti sono utili, ma nessuno indispensabile
Si er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi, come a dire: se non sei all’altezza, lascia perdere prima ancora di cominciare
qualcosa
Hai fatto er giro de’Peppe intorno alla Reale, si dice a chi non arriva mai al punto, girando a lungo e invano, mentre
E dimme la Rotonna no er Pantheon, a quelli che non si fanno capire usando parole o concetti complicati o astrusi.
Infine, un detto estremamente efficace per chi è tardo a capire, o finge:
Er sordo der compare ce sente solo Quanno je pare.
Nelle fotografie di Fabio De Angelis scattate tra le vie di Trastevere e di Testaccio
prendono vita i mestieri di una Roma Sparita: bottegai, rigattieri, restauratori, e uno
stuolo
di lavannare, stracciaroli, porchettari, broccolettari e carciofari, pizzicaroli,
bottai, callarostari, bibbitari, ambulanti di ogni specie.
Quali erano questi mestieri perduti? Nei secoli passati, alcuni di questi hanno
addirittura dato il nome a molte strade del centro storico:
Via dei Giubbonari è dedicata a coloro che cucivano i giubboni o i gipponi (dal
latino “jupponarii”), cioè corpetti che divennero poi giacche.
Via dei Chiavari ricorda i fabbricanti di chiavi. In
Via dei Pettinari c'erano gli artigiani che realizzavano pettini per ogni
necessità.
Invece, al Vicolo de’ Catinari c’erano gli artigiani che realizzavano vasi e
catini di rame.
Le vie intitolate ai Baullari, Balestrari, Cappellari e Funari prendono il nome
rispettivamente dagli artigiani di bauli e valigie, balestre, cappelli e corde.
Via dei Coronari ricorda gli artigiani detti anche paternostrari che
realizzavano i rosari.
L’Arco degli Acetari era dedicato ai venditori di acqua porta a porta che
proveniva dalla sorgente di Acqua Acetosa.
Tra i mestieri insoliti anche il “mignattaro” che aveva il compito di raccogliere
le sanguisughe, dette anche mignatte, e di venderle alle farmacie.
Luogo deputato alla socialità dove si esprimeva lo spirito vivace del popolo romano,
l’osteria è parte integrante dell’immaginario di Roma. Classi sociali diverse si
ritrovavano intorno allo stesso tavolo per mangiare, bere, giocare a carte oppure a dadi
o alla morra cinese. L’osteria è la quintessenza della tradizione romana tra piatti
tipici della cucina popolare e bicchieri di vino dei Castelli. Un tempo, erano centinaia
a Roma le osterie: oggi ne restano pochissime.
A proposito di vino, nelle osterie romane sono ancora in uso le unità di misura per i
contenitori del vino introdotte nel 1588 da Papa Sisto V, rigorosamente in vetro per
evitare frodi da parte degli osti. Il Tubo (1 litro), la Foglietta (1/2 litro), il
Quartino (1/4 litro), il Chirichetto (1/5 litro) e il Sospiro (1/10 litro) divennero le
misure tipiche delle osterie romane e la quantità di vino da rispettare in ogni
recipiente era indicata da una riga incisa nel vetro, chiamata “capello”. Ecco da dove
deriva quel tipico modo di dire romano “Che stai a guardà er capello?”
Non mancano leggende e storie sugli osti romani. Ad esempio, Orazio Arzilli che decise
di candidarsi alla Camera nel 1883. Non fu eletto, anzi raccolse appena 78 voti ma il
suo programma è rimasto nella storia:
“Elettori! Se volete degnamente essere rappresentati in Parlamento, se veramente
volete il vostro benessere, eleggete Orazio Arzilli. Le sue opinioni politiche sono:
martedì, fagioli con le cotiche: giovedì, gnocchi; sabato, trippa! Questi saldi
convincimenti del nostro candidato sono sempre innaffiati da un prelibato vino di
Frascati. Elettori! Orazio Arzilli possiede un ampio e magnifico giardino, dove ogni
giorno vi attende per esporvi il suo programma politico. Votate, votate, votate i
bicchieri nel giardino di Orazio, e vi troverete bene”.
Aldo Fabrizi è stato tra gli attori romani più amati del Novecento. Come Anna Magnani e
Alberto Sordi, è stato tra i migliori rappresentanti della romanità al cinema,
interpretando ruoli comici e drammatici in molti film, come
Campo de’ Fiori di Bonnard, Guardie e ladri con Totò,
C’eravamo tanti amati, di Ettore Scola.
In tanti dei suoi lavori ha incarnato una romanità bonaria, paciosa e saggia,
portando sullo schermo il dialetto romanesco coi suoi modi di dire e le sue sonorità. È
stato anche poeta dialettale e appassionato degli usi e dei costumi di Roma, soprattutto
in cucina: proverbiale resta il suo amore per la pastasciutta, che è il modo tutto
italiano di cucinare e consumare la pasta. Lo testimoniano i libri dedicati a ricette
della tradizione culinaria romana, accompagnati da versi in dialetto e aneddoti, che
ebbero negli anni Settanta un grande successo.
Gli anni Settanta sono un decennio di forte rottura con i canoni estetici del passato.
Il design è il manifesto di un'epoca che celebra l'individualità e la libertà
espressiva, tra utopie visionarie e nuove prospettive. Si esplorano le forme organiche,
ispirate alla natura e alle avanguardie artistiche. L'uso di nuovi materiali come la
plastica e il poliuretano permette di realizzare oggetti dalle linee sinuose e morbide.
La palette cromatica si arricchisce di tonalità accese e vibranti ispirate alla
cultura pop e al mondo della natura, combinate in pattern optical o giocata su colori
neutri. Un nuovo modo di vivere gli spazi domestici, più informale e rilassato, porta
alla nascita di divani componibili e trasformabili dalle forme accoglienti, che creano
isole di relax dedicate alla condivisione. Come racconta Mario Bellini, autore del
salotto in mostra:
"Alla soglia degli anni ’70 gli arredi domestici imbottiti ancora stagnavano per lo
più tra stanche varianti delle tipologie storiche ed elitarie fughe in avanti
radical-provocatorie, che –
sebben stimolanti
– risultavano difficilmente capaci di rimettere in discussione il rapporto tra
l’evoluzione dei nuovi comportamenti nello spazio domestico e le tipologie di arredi
allora disponibili sul mercato".
La casa si colora, si riempie di elettrodomestici e accessori, diviene più accogliente e
informale.
BAMBINI ROMANI
I bambini romani sono tra i principali protagonisti degli scatti di De Angelis.
Immortala gruppi di ragazzi che vivono, negli anni Settanta, la città con naturalezza e
un senso di simbiotica appartenenza. Bambini che corrono, scorrazzano, si arrampicano o
profanano il corpo urbano come fosse la propria casa.
L’impressione trasmessa dai documenti fotografici è quella di una minore età libera da
legacci e conformismi educativi, fatta di socialità pubblica e continue avventure
urbane. Non molto tempo dopo, l’incancrenirsi della lotta armata e il diffondersi di
droghe di massa e di facile consumo, con l'isolarsi delle famiglie all’interno della
propria casa, cancelleranno per sempre questa infanzia aperta alla città e al suo ritmo
vitale.
"Ma che stai a giocà a buzzico rampichino?". I romani sono soliti dirlo nel
parlato comune, quando qualcuno non prende sul serio una situazione. Questa espressione
deriva da una variante romana del gioco più famoso del mondo: l’acchiapparella
Nel buzzico rampichino tutti i giocatori che scappano non possono essere più
acchiappati nel momento in cui trovano un rialzo, ad esempio una fontana o un monumento
antico, e ci salgono sopra. Colui che viene acchiappato prima di raggiungere il rialzo,
prende il posto di colui che acchiappa e il buzzico rampichino prosegue finché i
giocatori non sono stremati.
“Ah ragazzi’ te ‘o buco quer pallone”, la partita di calcio improvvisata nelle
strade tra i monumenti e addirittura a piazza San Pietro è la regina dei giochi di
strada dell’infanzia romana. Si viveva in strada e si giocava con le biglie di vetro,
con i tappi delle bottiglie, con le figurine dei calciatori che venivano utilizzate per
diversi giochi come il “battimano”: un giocatore metteva una figurina sul marciapiede e
l’altro metteva la sua accanto alla prima e, battendo la mano sul bordo, doveva cercare
di far saltare la sua figurina facendola finire sopra la prima in modo da coprirla.
Nello spazio urbano i piccoli romani inventavano e costruivano piste da gioco per far
gareggiare tappi di bottiglia e biglie a colpi di schicchera, ovvero il gesto di colpire
il tappo o la biglia utilizzando il dito medio facendo leva sul pollice.
E poi le battaglie a colpi di cerbottane, con tutto quello che poteva suscitare la
fantasia dei bambini. Un mondo spontaneo, ingenuo e felice nella semplicità dello stare
insieme.
Negli anni Settanta imparare le poesie a memoria è ancora una pratica educativa
fondamentale, sin dall’asilo. Tra le poesie più amate e diffuse dell’epoca è il
Testamento di un albero di Trilussa: un’elegia in romanesco che intreccia dolenti
riflessioni sul ciclo caduco della vita e l’ansia di un pensiero ecologico che aiuti gli
uomini a ritrovare un equilibrio col cosmo.
Un Arbero d’un bosco
chiamò l’ucelli e fece testamento:
Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi
tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perché me cantavate le canzone
ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
fàccino er foco pe’ li poverelli.
Però v’avviso che sur tronco mio
c’è un ramo che dev’esse ricordato
a la bontà dell’ommini e de Dio.
Perché quer ramo, semprice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
er giorno che sostenne un omo onesto
quanno ce s’impiccò
"In un angolo del piazzale del Gianicolo, alle sei di pomeriggio si annuncia il primo
spettacolo: sotto al palco i bambini fremono, i genitori accennano un sorriso che sa
di nostalgia, e sembra che anche i busti degli eroi garibaldini sparsi sotto gli
alberi ruotino lo sguardo verso il teatrino dei burattini, per ingannare il lungo
tempo della gloria e della noia".
Così lo scrittore Marco Lodoli nel suo Isole. Guida vagabonda di Roma
pubblicato nel 2010 descrive il teatrino dei burattini del Gianicolo. Una storia che ha
il sapore di un artigianato d'altri tempi che trova nella famiglia Piantadosi la più
longeva delle tradizioni dei burattinai a Roma. Fin dall'inizio del Novecento le
figurette di Pulcinella e Colombina e di una teoria di altri personaggi attirano
l'attenzione dei bambini in un itinerario movimentato che si sposta di piazza in piazza.
Negli anni '60 il teatrino dei burattini, una delle ultime espressioni della commedia
dell'arte, si installa in modo permanente al Gianicolo.
Due squadre di calcio, due cuori, una città: la Roma e la Lazio. Il tifo calcistico è
una delle espressioni più emblematiche delle contrapposizioni sociali e in qualche
maniera politiche storicamente presenti a Roma. E rappresenta quasi una fede. Al motto
dei tifosi romani allo Stadio "La Roma non si discute si ama", si contrappone quello dei
tifosi laziali “Essere laziali non si sceglie, si nasce”. Negli anni '70 l'anima dei
tifosi romani è nei quartieri popolari del centro e delle periferie storiche di Roma e
in particolare a Testaccio, mentre il tifo laziale ha il suo epicentro nei quartieri
borghesi (prevalentemente a nord), a rappresentare una contrapposizione sociale, in
qualche modo politica, che si esprime anche in ambito calcistico. Il 1975 è un anno
importante, in particolare per la Roma. In quell'anno Antonello Venditti scrive e canta
l'inno della squadra "Roma Roma Roma", che, a distanza di cinquant'anni, viene ancora
intonato dai tifosi all'Olimpico. È un inno che esordisce con questi versi, a
testimoniare l'amore dei tifosi per la loro squadra di calcio: "Roma core de ‘sta città,
unico grande amore de tanta e tanta ggente che fai sospirà". In quell'anno gruppi di
tifo organizzato della Roma si diffondono nella città e sono protagonisti di violenti
scontri allo stadio con tifoserie rivali, in particolare in occasione dei derby con la
Lazio.
La Lazio è reduce dal primo scudetto e figura emblematica della squadra è Giorgio
Chinaglia. Nel 1975 la società non riesce a ripetere i successi dell'anno precedente e
iniziano forti dissidi all'interno del club, che porteranno nel 1976 al trasferimento
dello stesso giocatore in un club calcistico degli Stati Uniti.
MOVIMENTI POLITICI E CULTURE GIOVANILI
Il 1975, un anno in un decennio “giovane”, irruente, irridente, irrefrenabile nella sua
fame di futuro.
Gli anni Settanta cambiano il volto dell'Italia e Roma è il teatro delle manifestazioni
più significative, come raccontano le fotografie che immortalano gesti e scene di
quell’anno: il carnevale anti-americano a Valle Giulia, i cortei femministi, le
manifestazioni studentesche. Il 1975 è anche un anno di tensioni politiche che sfociano
in tragedie, di opposti estremismi che si fronteggiano nelle strade.
Per la città si vedono capelloni, figli dei fiori, pantaloni a zampa d’elefante, eskimi
e velluti, giacche di pelle e pariolini. Ogni movimento ha una sua divisa d’ordinanza,
ognuno si rende riconoscibile nella sua appartenenza politica e sociale. Controculture,
comunità urbane, sottoculture trasferiscono istanze nella scena politica e la società
cambia: il referendum sul divorzio, la riforma dello stato di famiglia che sancisce la
parità genitoriale, l’età minima per votare portata a 18 anni, sono tutte conquiste di
quegli anni.
“La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà!”
“El pueblo unido jamas sera vencido!”
“È ora, è ora, potere a chi lavora!”
“Contro i sensi vietati, le strade del possibile.”
“L’utero è mio è lo gestisco io!”
Un decennio di sperimentazioni e di innovazioni. La musica cambia insieme alla società.
La musica accoglie le istanze del cambiamento e le fa proprie veicolando messaggi di
protesta e di cambiamenti radicali. Nascono generi musicali e sottoculture giovanili che
a quei generi si ispirano per look e modi di dire.
Il rock diventa
progressive e ha tra i suoi alfieri band destinate a diventare pietre miliari, come Led
Zeppelin, Pink Floyd e Queen. Il reggae esce dai confini della Giamaica e conquista il
mondo giovanile, Lou Reed e David Bowie diventano punti di riferimento culturali e il
Glam Rock cambia l’estetica di intere generazioni. In Italia diventa sempre più
significativo l’impatto culturale dei cosiddetti cantautori come Fabrizio De André,
Francesco Guccini, Francesco De Gregori quest’ultimo pubblica proprio nel 1975 l’album
Rimmel con brani che restano nell’immaginario collettivo e la musica
progressive trova ne Il banco del mutuo soccorso e la Premiata forneria Marconi
i suoi portavoce.
La società evolve e cambia, mondi diversi convivono nello
stesso periodo e la musica ne è la testimonianza: accanto alla musica impegnata, alla
musica d’autore si diffondono generi del tutto nuovi che entrano nella cultura di massa
come la Disco Music e controculture dirompenti come il punk che chiude il decennio con
la parola d’ordine No future.
Il 1975 è un anno da ricordare per la storia della letteratura italiana: il poeta
Eugenio Montale viene insignito del Premio Nobel, la scena culturale si arricchisce di
romanzi di grande forza narrativa come La Storia di Elsa Morante, pubblicato l’anno
precedente, Italo Calvino inaugura il decennio con il suo Gli amori difficili e Pier
Paolo Pasolini domina il dibattito intellettuale fino alla sua tragica morte il 2
novembre 1975. Sperimentalismo e neoavanguardia affievoliscono il loro impatto sulla
scena culturale lasciando spazio a una poetica evocativa e lirica, si fanno spazio un
recupero dei dialetti, una ricerca semantica e casi editoriali che entrano nella storia
della cultura di massa. Proprio nel 1975 vengono dati alle stampe due romanzi
completamente diversi tra loro destinati a diventare casi editoriali: Horcynus Orca
unica e sola opera del siciliano Stefano D'Arrigo, accostata all’Ulisse di Joyce per
temi e linguaggio e Padre Padrone il romanzo autobiografico del sardo Gavino Ledda
considerato un classico della pedagogia progressista. Tra le novità editoriali il
romanzo Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo di Guido Morselli
apparso postumo nel luglio 1974, a un anno dalla scomparsa dell'autore. Il 1975 è anche
l’anno del caso editoriale di Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci. La
questione femminile entra di forza nello scenario editoriale anche grazie al saggio di
Elena Gianini Belotti Dalla parte delle bambine che diventerà un punto fermo nella
pedagogia contemporanea dando vita a un nuovo filone come testimoniato dagli albi
illustrati della prima casa editrice femminista per l'infanzia in Italia Dalla parte
delle bambine di Anela Turin.
Gli anni Settanta sono anche gli anni del successo editoriale della letteratura fantasy
e di fantascienza, accanto alla collana Urania, la più longeva esperienza di genere in
Italia, che traduce i grandi classici come le opere di Asimov, nasce la collana Cosmo.
Come si viveva negli anni Settanta? Inseguendo la libertà e costruendo un nuovo modello
sociale. I figli dei fiori sono stati portatori e interpreti di questa ricerca
individuale ma soprattutto collettiva. Collettiva in ogni aspetto della vita quotidiana
come ci racconta una bambina degli anni Settanta:
"Mi ricordo che da bambina viaggiavamo su un pulmino Volkswagen verde. Andavamo
ovunque, eravamo sempre insieme, con tutti gli amici che poteva contenere. Si
ascoltavano Cat Stevens, i Pink Floyd, la colonna sonora di Nashville – la mia
preferita – e gli Inti Illimani" .
Ho chiesto a mia madre oggi, il perché, da dove venisse questo desiderio di stare sempre
tutti insieme, perfino scegliere quel tipo di macchina da comprare per potersi muovere
sempre in gruppi così numerosi. Lei mi ha risposto che nei primi anni ’70 cominciava a
concretizzarsi quel forte desiderio di libertà, già presente da qualche anno, di uscire
da quello schema di famiglia rigido, secondo cui le esperienze erano vissute in termini
di gruppo familiare da una parte e resto del mondo dall’altra. Quel desiderio di
emancipazione prevedeva modelli di vita differenti, mi dice mia madre, la condivisione
delle esperienze con gruppi eterogenei di persone, nuovi luoghi per vivere, l’amore
libero, l’uso di droghe – non per tutti - il desiderio di capire – questo sì - nel
rapporto con gli altri, la vera essenza di sé. La libertà era quella dell’emancipazione,
si lottava per i diritti della persona e per trovare un senso; ma questo ancora non lo
capivo, mi rendo conto, adesso, che passavo molto tempo con “i grandi” e osservavo. La
libertà era quella dell’emancipazione, si lottava per i diritti della persona e per
trovare un senso; ma questo ancora non lo capivo, mi rendo conto, adesso, che passavo
molto tempo con “i grandi” e osservavo. Ogni tanto qualcuna di quelle ragazze spariva,
forse perché troppo indaffarata a studiare o a scrivere in qualche redazione, o forse
perché troppo impegnata a correre dietro ad un sogno ancora troppo difficile da
realizzare.
Gli anni 70 sono stati un periodo di intensa esplorazione spirituale e culturale per
tutto l’Occidente: il decennio ha visto un interesse sempre crescente per le religioni
orientali come l'induismo, il buddismo, il confucianesimo e il taoismo.
Questo interesse ha influenzato sia le produzioni artistiche e filosofiche,
che la cultura di massa in tutte le sue espressioni quotidiane. La conoscenza
dell’Oriente è passata attraverso il viaggio e lo spostamento di persone e saperi, ma
anche la capillare diffusione di testi, musiche, tradizioni culturali orientali. In
questi anni, pratiche come lo yoga e la meditazione diventavano sempre più popolari. La
religiosità orientale, attenta alla natura, all’armonia dello spirito e al rispetto
della vita, ha influenzato filosofie e stili di vita occidentali, stimolando a ripensare
a fondo le relazioni sociali ed il rapporto dell’uomo con l’ambiente.
In
questi anni cresce la consapevolezza per il rispetto dei diritti dell’uomo, delle
libertà e della natura. Anche grazie a questo sincretismo culturale tra oriente e
occidente, i movimenti giovanili acquisiscono idee e visioni del mondo libertarie e
pacifiste. Gli oggetti in mostra illustrano come in molte case questo interesse per
l’oriente si manifestasse con souvenir di viaggi esotici e oggetti di arredo kitsch.
ABITARE I MONUMENTI
Le fontane erano lunapark, le piazze campi da calcio, le impalcature un palco
privilegiato per osservare la città. Nella Roma del 1975, il Patrimonio archeologico e
storico-artistico era percepito dai romani come estensione naturale del proprio spazio
vitale e ammirato da un turismo non ancora mordi e fuggi.
I monumenti appaiono ancora sporchi di una patina secolare a cui, da ultime, si sono
aggiunte le polveri sottili dei tubi di scappamento con l’intensificarsi della
motorizzazione di massa.
In una possibile storia novecentesca dei monumenti romani ancora da scrivere, il 1975
rappresenta un anno spartiacque. Con l'istituzione del Ministero per i Beni culturali e
Ambientali inizia ufficialmente una nuova stagione per il Patrimonio culturale,
essenzialmente volta alla tutela, al restauro e alla conservazione.
Inizia l’era del Patrimonio culturale inteso come insieme di beni da conservare in modo
quasi religioso per i posteri; ma anche come risorsa da valorizzare per lo sviluppo
economico, sociale e culturale. I turisti sono ancora pochi, prevalentemente forestieri
o stranieri: impressiona vedere il Foro romano quasi deserto, percorso nelle foto da una
famiglia di orientali o da sparuti e attenti turisti/studiosi del mondo antico; o la
Galleria Borghese, con visitatori incantati di fronte a capolavori che non sono ancora
trincerati dietro allarmi o barriere, seduti addirittura sui mobili antichi del museo.
Le manifestazioni scorrono lungo via dei Fori Imperiali e terminano in piazza del
Colosseo, ancora totalmente carrozzabile, con la gente assiepata su tutti i monumenti
circostanti. Un piccolo gruppo di capelloni suona la chitarra davanti al Teatro di
Marcello, sotto il Tempio di Apollo Sosiano ancora privo di inferriate.
Roma per i romani è una madre, è la Madre. Una madre eterna, infinita, universale. È
romano chi è nato a Roma, ma anche chi per elezione ci si trasferisce e resta. Coi
monumenti e le memorie di Roma i romani hanno un rapporto di confidenza, abitudine,
normalità condita da ironia. Uno spirito che già Giuseppe Gioacchino Belli aveva colto
bene mettendo alla berlina Papa Gregorio XVI in visita agli scavi del Foro romano…
“Bbene!,„ disceva er Papa in quer mascello De li du’ scavi de Campo-vaccino: “Bbèr
bùscio! bbella fossa! bbèr grottino! Bbelli sti sérci! tutto quanto bbello! E gguardate
un po’ llì cquer capitello Si mmejjo lo pò ffà uno scarpellino! E gguardate un po’ cqui
sto peperino Si nun pare una pietra de fornello!„ E ttratanto ch’er Papa in mezzo a
ccento Archidetti e antiquari de la corte Asternava er zu’ savio sintimento, La turba,
mezzo piano e mmezzo forte, Disceva: “Ah! sto sant’omo ha un gran talento! Ah, un Papa
de sto tajjo è una gran zorte!„
Ma questa confidenza non è mai irrispettosa, e anzi si nutre di un amore e di una
ammirazione profonda, che porta i romani a un processo di riconoscimento identitario che
si traduce in opere della cultura pop ormai entrate a far parte dell’immaginario
collettivo della città. Come il brano Roma Capoccia di Antonello Venditti,
considerato oggi l’inno contemporaneo più conosciuto e sentito dai romani e da chi ama
la città.
Negli anni Settanta si registrano i primi segnali di quello che, nei decenni successivi,
sarà definito turismo di massa. Grazie alla costruzione della nuova rete autostradale e
al miglioramento dei collegamenti ferroviari e aerei, ora è possibile viaggiare più
facilmente in Italia, visitando le sue infinite meraviglie fatte di città, borghi e
paesaggi.
Le conquiste nel diritto del lavoro assicurano a fasce sempre più
ampie della popolazione il diritto alle ferie, che per la maggior parte degli italiani
si traduce nella villeggiatura: ovvero un periodo di riposo presso il paese di origine o
in una località di montagna e mare, più o meno vicine e alla moda. Alla villeggiatura si
affiancano i viaggi fatti per conoscere realtà culturali e paesi diversi, organizzati
secondo le possibilità economiche e gli interessi: tra le fasce più giovani si diffonde
il campeggio, nelle famiglie borghesi e nella classe dirigente il viaggio organizzato
alla scoperta di città d’arte e paesi e culture straniere.
Chi viaggia
desidera sempre più catturare immagini e ricordi di quell’esperienza, e l’industria
mette a disposizione di un pubblico sempre più ampio strumenti tecnologici che
permettono ad ognuno di creare il proprio ricordo. Cineprese portatili, macchine
fotografiche compatte, registratori. Ogni viaggiatore può ora creare il suo personale
diario di viaggio, per poi ricordarlo o raccontarlo a familiari ed amici al suo ritorno
a casa.